Alimentazione delle specie ittiche. Le proteine

28 Febbraio 2008

Alimentazione delle specie ittiche

A cura di Marco Mancini

 

Fabbisogni proteici

Come per tutte le specie animali, anche per i pesci, è indispensabile un adeguato apporto di proteina alimentare per poter permettere un corretto sviluppo ed una crescita ottimale. In particolare si è visto che per ottenere un accrescimento adeguato è necessario che quasi la metà del valore energetico di una dieta sia derivante dalla proteina (N.A. tale affermazione è valida per le specie di interesse zootecnico, quindi di prevalenza carnivore, ma è un discorso valido per la quasi totalità delle specie ittiche). E’ quindi necessario che tali composti costituiscano sempre almeno il 40-55% della miscela.

Ciò è giustificabile con quanto detto relativamente all’energia, ossia che i pesci possiedono delle vie preferenziali di impiego della proteina a scopo energetico, sfruttandola meglio di lipidi e carboidrati. Risulta facile capire che se non viene somministrata un’adeguata quota proteica con la dieta si rischia di incorrere in un calo dell’accrescimento corporeo e quindi ad una serie di problematiche correlate, senza contare il problema dell’eccessivo accumulo di grasso nei tessuti.

Quando si calcola il fabbisogno proteico di un pesce è importante tener conto dell’influenza di diversi fattori quali la taglia dell’animale (il fabbisogno diminuisce con l’aumentare  dell’età ), la temperature dell’acqua (condiziona sia l’assunzione di cibo, sia la capacità del pesce di utilizzarlo), la digeribilità e la natura della proteina, la composizione aminoacidica e la concentrazione energetica della dieta.

Un’altra caratteristica molto importante della proteina della dieta che bisogna tener presente, durante la formulazione, è la composizione aminoacidica delle materie prime impiegate, al fine di consentire il pieno soddisfacimento di particolari esigenze. Si può quindi affermare che il vero fabbisogno dei pesci non sia essenzialmente quello proteico, ma quello aminoacidico. Ossia all’ottenimento di quegli aminoacidi che l’animale non è in grado di sintetizzare (aminoacidi essenziali).
Gli aminoacidi ritrovati nelle diete per i pesci sono gli stessi che per i vertebrati, sempre suddivisi in aminoacidi essenziali (non sintetizzati dall’organismo) ed aminoacidi non-essenziali (sintetizzati dall’organismo a partire da altri aminoacidi).

Gli aminoacidi, dopo l’assorbimento, hanno diverse finalità a seconda della loro struttura. Per quanto riguarda i pesci possono essere:
• degradati come fonti energetiche;
• reimpiegati per la sintesi di nuova proteina (accrescimento e processi fisiologici);
• subire modificazioni strutturali allo scopo di produrre nuovi composti.

Tutti gli studi effettuati sulle diverse specie ittiche hanno dimostrato che essi necessitano di 10 aminoacidi essenziali. Da ciò è facile capire che, oltre alla composizione aminoacidica, è anche necessario controllare la percentuale di ogni singolo aminoacido, onde evitare di compromettere l’accrescimento degli animali non fornendo sufficienti fattori limitanti. Infatti, se la dieta è ricca di aminoacidi essenziali e fornisce anche un adeguato apporto di energia digeribile, si avrà una sintesi proteica molto attiva, permettendo così un accrescimento massimale.

La carenza anche di uno solo di tali aminoacidi può portare, nelle diverse specie, a particolari patologie. Per esempio, la carenza di metionina causa nei salmonidi la cataratta, ma la stessa patologia è causata nella trota iridea anche da una carenza di triptofano. Carenza che se protratta può anche portare ad avere problemi di scoliosi ed in generale a serie alterazioni metaboliche dei minerali.

Ne risulta quindi che i fabbisogni proteici sono da valutare con molta attenzione nella formulazione poiché essi determinano l’aumento dei costi dell’alimentazione, problemi legati all’inquinamento ambientale (nel nostro caso dell’acquario), ma anche gravi problemi se non rispettati.

Per questi motivi si sta oggigiorno cercando di contenere la quota proteica, introducendo una quota maggiore di lipidi, essendo tali nutrienti fonti energetiche ben sfruttate dai pesci, ma con costi nettamente inferiori rispetto alle proteine. Per poter fare ciò è però necessario massimizzare la capacità di ritenzione aminoacidica dei pesci bilanciando correttamente il rapporto proteina/lipidi. E’ stato inoltre dimostrato che, se si aumenta la D.E. tramite l’aggiunta di lipidi alla diete, si ha anche la diminuzione della quota di sostanze azotate tossiche rilasciate dai pesci nell’acqua. Ma questo va effettuato entro limiti che a mio avviso non devono superare il 10% di inclusione totale, onde evitare problemi di steatosi epatica o di eccessivo accumulo lipidico nei tessuti.

Fonti proteiche

Oggi, la principale componente dei mangimi secchi per l’acquacoltura è la farina di pesce che, specialmente nei mangimi per specie carnivore, può rappresentare oltre il 60% della dieta totale. Il motivo principale dell’ampio utilizzo di tale materia prima è senza dubbio riconducibile al suo elevatissimo valore biologico e nutrizionale.

Standard qualitativi della farina di pesce

 

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La farina di pesce può essere preparata utilizzando sia pesce intero (disidratato e macinato) che scarti della lavorazione del pesce, da cui sia già stata estratta parte della componente oleosa. La farina di pesce preparata utilizzando pesce intero risulta avere un contenuto in proteina compreso tra il 60% e l’80% (percentuale variabile in funzione della o delle specie impiegate), ha un ottimo e ben bilanciato contenuto in aminoacidi essenziali, in particolare lisina ed aminoacidi solforati e un’elevata biodisponibilità. Si tratta quindi di proteina di alta qualità.
Il contenuto lipidico è invece compreso tra il 4% ed il 20%, con ottime percentuali di PUFA n-3. Ne deriva quindi che l’impiego della farina di pesce, come principale fonte proteica nella formulazione dei mangimi risulta essere indispensabile essendo tale materia prima in grado di coprire l’intero fabbisogno proteico degli animali, fungendo anche da fonte energetica e contribuendo al soddisfacimento di parte dei fabbisogni in acidi grassi essenziali. La farina di pesce contribuisce anche alla copertura di parte dei fabbisogni mineral-vitaminici in quanto ricca di calcio, fosforo, selenio e vitamine idrosolubili (a patto che non sia stato effettuato un intervento termico troppo intenso).

 

Composizione media approssimativa di alcune farine di pesce
(% espresse sul tal quale)
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Contenuto in aminoacidi essenziali in diverse farine di pesce
(% espressa per 100g di proteina grezza)

 

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Le farine ricavate dagli scarti della lavorazione del pesce hanno ovviamente una qualità inferiore rispetto alle farine ottenute dalla lavorazione di pesce intero. Infatti, esse hanno un contenuto in proteina grezza inferiore, per esempio le concentrazioni di metionina e lisina sono generalmente più basse del 10% circa ed hanno una concentrazione di ceneri superiore.

La maggior parte delle farine di pesce oggi commercializzate non sono però costituite da farine pure, ma da miscele ottenute da specie differenti. Principalmente si trovano in commercio farine contenenti:
• pesci della famiglia delle aringhe (Clupea harengus),
• acciughe (Engraulidae spp.),
• ancioveta (Anchoa spp.),
• menadi (Brevoortia spp.).

Di fatti si può parlare di farine pure, ossia derivanti da una specie, solo se almeno il 50% del materiale crudo totale proviene dalla stessa specie.

Le farine di pesce sono da sempre alla base dell’alimentazione della maggior parte delle specie allevate, proprio in funzione del loro elevato valore biologico e nutrizionale. Però, proprio a causa del pregio di questa materia prima, oggi come oggi  si deve assolutamente trovare ed utilizzare delle fonti proteiche alternative. Infatti, il pesante sfruttamento delle risorse ittiche del pianeta ha portato ad un lento ma inesorabile impoverimento delle acque, causando un consistente danno ambientale, ma anche economico. Infatti, la costante richiesta di farine di pesce con elevate qualità organolettiche ha portato ad un rapido aumento dei prezzi e quindi dei costi legati all’alimentazione dei pesci.
E’ per questi motivi che, negli ultimi anni, si sta cercando di sostituire parte della componente proteica, derivante dalle farine di pesce, con materie prime proteiche di origine vegetale.
Bisogna in ogni caso fare molta attenzione nell’utilizzare materie prime di origine vegetale per la formulazione dei mangimi, infatti i pesci non sono in grado di digerire né amido né fibra. Ne consegue che il largo impiego di prodotti vegetali, particolarmente ricchi di tali composti, rischia di essere estremamente negativo, riducendo di fatto la concentrazione della proteina totale e la disponibilità della stessa. Anche se tale problema sussiste solo parzialmente per le specie onnivore ed erbivore che sono discretamente in grado di sfruttare le fonti alimentari di origine vegetale come mais, frumento, soia e loro sottoprodotti.
Esistono inoltre altri fattori che limitano la possibilità di impiegare i prodotti vegetali in completa sostituzione delle farine di pesce. Infatti, oltre ai problemi legati alla digeribilità, la presenza di fattori antinutrizionali, la scarsa appetibilità del mangime formulato con tali materie prime e lo scarso contenuto in alcuni aminoacidi essenziali (principalmente lisina e metionina) limitano la possibilità di sostituire la farina di pesce, con prodotti di origine vegetale, fino e non oltre il 25-30% del peso totale. Inoltre, tali materie prime contengono un minor quantitativo di M.E. (energia metabolizzabile) rispetto alle farine di pesce, meno minerali (oltre l’80% in meno di fosforo) e meno lipidi (fino al 90% in meno di PUFA n-3).

Confronto della composizione media delle principali materie prime
proteiche con la farina d’aringhe

 

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Nonostante le problematiche appena enunciate, nei mangimi per l’acquacoltura vengono comunque incluse materie prime di origine vegetale al fine di cercare di ridurre i costi. Attualmente, le principali fonti proteiche di origine vegetale sono le farine ottenute dall’estrazione dell’olio dai semi di oleaginose. Tra di esse, la più utilizzata è sicuramente la farina di estrazione di soia. Infatti, grazie al limitato contenuto di fibra, all’elevata digeribilità della sua proteina (superiore all’86%) ed a un buon profilo aminoacidico (il migliore tra le materie prime proteiche di origine vegetale), essa è considerata una delle più importanti fonti proteiche alternative impiegabili in acquacoltura. Ma, nonostante queste ottime qualità, la presenza di fattori antinutrizionali, quali gli inibitori di tripsina e chimitripsina (inattivati con processi termici, ma comunque potenzialmente residuabili) ed al contenuto di acidi fitici, fattori riducenti della disponibilità di zincoche possono causare anche una riduzione della digeribilità della proteina, unitamente alla scarsa appetibilità limitano l’inclusione nella dieta solo fino al 25%. 

Un’altra materia prima utilizzata nell’alimentazione dei salmonidi è la farina d’estrazione di cotone. Tale farina risulta avere una discreta appetibilità ed essendo anch’essa un’ottima fonte proteica potrebbe essere facilmente impiegata per la formulazione di mangimi per l’acquacoltura. Ma a causa della presenza del gossipolo, un principio tossico, ed essendo particolarmente carente in lisina e metionina, la sua inclusione nei mangimi deve essere molto ben valutata e comunque mai superiore al 15%.

Oltre a queste due materie prime anche altre farine e derivati vegetali stanno trovando applicazione nella formulazione di mangimi per l’acquacoltura, ma sempre a causa della carenza in aminoacidi essenziali, della scarsa appetibilità e della presenza di fattori antinutrizionali, anche queste materie prime sembrano poter offrire solo una soluzione parziale al problema della sostituzione delle farine di pesce con materie proteiche di origine vegetale.

 

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Alimentazione delle specie ittiche. L’energia Eublepharis Macularius GECO LEOPARDINO
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