Discus story: la storia di una variante cromatica del Discus di Heckel

18 Aprile 2007

La storia di una variante cromatica del Discus di Heckel
di Heiko Bleher

—– PRIMA PARTE —–

Premessa
Heiko Bleher anni fa scoprí una nuova varietà di discus, che si aggiunge alle migliaia di specie tropicali da lui scoperte in oltre 40 anni di esplorazioni. Ecco il suo racconto dell’avventuroso viaggio nello sconosciuto Rio Nhamundá, un affluente di sinistra del grande Rio delle Amazzoni, dove ha scoperto una nuova variante cromatica (morpho) del discus di Heckel (Symphysodon discus).

João è un vero “caboclo“ e vive da molti anni con la sua famiglia lungo il fiume Nhamundá, a nord del punto in cui il fiume si getta nel lago omonimo. Nella sua fazenda si allevano buoi ed è l’ultimo avamposto “bianco” prima del grande vuoto di civiltà  oltre questo bellissimo fiume – quasi intatto. Sta finendo di preparare la voadeira (una barca in alluminio) per il nostro viaggio lungo lo sconosciuto Nhamundá per una spedizione di una settimana…

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Rio Nhamundá – foto area del suo tratto medio e superiore.
I caboclos non sono propriamente uomini bianchi ma una mescolanza di diverse razze. La loro origine va cercata nelle regioni povere e secche del nord-est del Brasile e nelle loro vene scorre un misto di sangue africano, indiano ed europeo. Circa cento anni or sono cominciarono a migrare – un processo che continua ancora adesso – verso la foresta vergine dell’Amazzonia per cercare di sfamare le loro numerose famiglie. I primi caboclos furono attirati dal caucciù brasiliano e cominciarono a estrarre la resina lattescente che fuoriusciva dagli alberi di Hevea brasilienis. Ma il boom della gomma cessò nel 1913, sorpassato da un prodotto più economico proveniente dal sud-est asiatico. Poi si dedicarono all’agricoltura, coltivando manioca, banane, mango e qualche altra specie, ma la gigantesca foresta pluviale si è sviluppata su un terreno sabbioso e questo terreno poco fertile è in grado di fornire solo uno o due raccolti. Esaurito il raccolto, le famiglie devono spostarsi in un altro sito, dare alle fiamme un altro pezzo di foresta per poter lavorare la terra (i caboclo sono povera gente e non hanno motoseghe o altre macchine moderne, solo fiammiferi).
Tutto questo accade incessantemente da decine di anni. Negli anni ’60, ’70 e ’80 circa un terzo della più grande foresta tropicale del mondo è andata distrutta a causa della crescente urbanizzazione, della costruzione di centrali idroelettriche (spesso non funzionanti), dell’abbattimento degli alberi e il bisogno infinito di oro e diamanti. Negli anni ’80 s’incominciò ad allevare bestiame o a lavorare per i fazendeiros (i proprietari delle fattorie), perché più redditizio di altre attività. Visti i successi nel Brasile centro-meridionale perché non realizzarlo anche in Amazzonia.

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Mappa dell’area: si può vedere il Lago Nhamundá (qui indicato come Lago De Faro);
il Rio Nhamundá arriva da nord-ovest e fluisce nel lago omonimo e poi esce trasformandosi
in un labirinto di piccoli laghi fino a raggiungere il Rio delle Amazzoni.
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Il minuscolo villaggio di caboclò di Nhamundá.
Per spostarsi sull’isola non ci sono auto – solo biciclette
E’ la crescente domanda di cibo – solo gli hamburger coprono il 5% del nutrimento mondiale e non se ne vede una fine – a muovere il tutto. Vaste aree dell’Amazzonia sono state tramutate in pascoli per buoi, che hanno preso il posto di pappagalli, scimmie, serpenti e lucertole, capibara e tartarughe, giaguari e altri felini – senza contare le migliaia di specie di insetti e di piante tropicali scomparse prima di essere conosciute. Queste distruzioni hanno avuto anche un tremendo impatto sugli habitat acquatici (vedi aqua geõgraphia Nr. 11 ). Fortunatamente ci sono ancora ampie regioni di foresta che sono rimaste intatte – la domanda è solo “per quanto tempo ancora?” Per decenni ho esplorato questi posti alla ricerca di nuove specie, così da raccoglierle e garantirne la sopravvivenza. Chissà quando l’Uomo arriverà anche in queste regioni remote! Sta succedendo tutto così in fretta.

L’uomo ancora non rispetta le leggi della natura ed è ancora molto ignorante su come funzionino i delicati equilibri naturali. Ciò che realmente fa, e non gliene importa nulla, è quella di distruggere anche la più piccola forma di vita su questo pianeta. E nessuna delle numerose organizzazioni ambientaliste, che si proclamano a favore della salvaguardia della foresta tropicale e della sua biodiversità, sta realmente facendo qualcosa. Solo sulla carta, attraverso i mass medie e in Internet!
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Quando ci muovemmo alle prime luci del mattino per la nostra avventura sul Nhamundá, la nebbia era fittissima.
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La voadeira – una barca in alluminio utile per attraversare il Rio Nhamundá.
Ma ritorniamo al nostro viaggio sul fiume Nhamundá. Perché mi sono cimentato in questa avventura? Sono qui solo alla ricerca di piante e animali acquatici? No, non solo, ma anche per avere una mappa completa della distribuzione dei discus in Amazzonia. E quale sia la distribuzione di ogni specie, forme o varietà. Tranne per le mappe pubblicate nel mio libro “DISCUS”, nessuno si è mai prefissato un simile obiettivo. Questo è invece il mio lavoro fin dalla mia infanzia! Quando avevo sette anni, insieme a mia madre, mio fratello maggiore e le mie due sorelle anch’esse più grandi, giunsi qui in Amazzonia per la mia prima spedizione chiamata “Die Jagd auf den Diskusfisch“ (“Caccia ai pesci discus”), e da allora il “Re dell’Amazzonia” mi ha catturato! Mia madre venne qui sulle tracce dell’esploratore austriaco Johann Natterer, collezionista di piante e animali negli anni 1817 fino al 1835 e scopritore del primo discus. Il tedesco Johann Jacob Heckel lo descrisse nel 1840 e lo chiamò Symphysodon discus. Poco dopo l’architetto francese Jobert ne catturò una varietà nuova presso Tafé (e altri due esemplari presso Santarém), che Pellegrin nel 1903 (1904) chiamò Symphysodon discus var. aequifasciata.
Negli anni ’20 e ’30 alcuni esemplari raccolti dagli indios e importati dall’Acquario di Amburgo fecero il loro lungo viaggio verso l’Europa ma non diventarono mai specie apprezzate dagli acquariofili. Fu dopo la fine della seconda guerra mondiale che Amanda Bleher, mia madre – in realtà la prima donna al mondo messasi a caccia di discus – riuscì ad esportarne uno vivo allo zoo di Francoforte nel 1948. E se lei fu la prima donna, io fui il primo bambino a prendersi cura di queste fantastiche creature, pesci dalla forma che ricorda il disco usato dagli antichi greci in una famosa specialità olimpica…
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Tipici ambienti per discus lungo le sponde – dove la riva scende quasi perpendicolare.
I discus si trovano tra gli alberi morti nascosti di giorni a 3-4 m di profondità. Le storie pubblicate più tardi dal Dr. H. R. Axelrod sono per lo più inventate. Questo signore non ha mai raccolto un singolo esemplare di discus. Né tanto meno ne ha scoperti di nuovi. La sottospecie che porta il suo nome, S. aequifasciatus axelrodi, fu raccolta da un pescatore al soldo del commerciante di pesci Hans Willy Schwartz. Axelrod non ha raccolto neppure un esemplare di tetra! Li comprò in un negozio d’animali di New York nella primavera del 1956. Fu Fred Cochu ad importarli – già un anno prima e la loro scoperta fu fatta dal limnologo tedesco Dr. H. Sioli alcuni anni prima, nel settembre 1952…

Fred Cochu era proprietario della Paramount Aquarium Company, nata nel 1933 a New York, e aveva alcuni indios che raccoglievano discus per conto suo già alla fine degli anni ’40. Fu intorno agli anni ’50 che il mercato dei discus cominciò a prender piede e a crearsi una vera breccia nel 1955 con il Dr. Eduard Schmidt-Focke.

Da allora i ricercatori dibattono la revisione del genere Symphysodon, preparata da L. P. Schultz, sponsorizzata e poi pubblicata da Axelrod nel 1960. La suddivisione in sottospecie fu più che altro un atto di favore verso alcune persone per renderle immortali (con gli attributi “axelrodi” o “haraldi”). Se bisogna riconoscere delle sottospecie, allora queste dovrebbero essere centinaia – non quattro soltanto.
Dico tutto questo non tanto per applaudire a me stesso o mia madre, ma solo per amore della verità

Ora che sapete quanto grande sia il mio amore per i discus e per tutti i pesci d’acqua dolce, vorrete conoscere dove si trovi il Rio Nhamundá…

TERZA PARTE

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