Marajò by Aquapress

6 aprile 2007
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Il sogno del Paradiso perduto è antico come il mondo.  Sin dai tempi della mitologia sumerica, ci siamo sempre trovati davanti al concetto di un luogo dove animali e uomini vivono insieme in amicizia e l’uomo è immune dalle malattie – e ancora sogniamo questa utopia. E forse esistono persino posti su questa Terra dove si è molto vicini al sogno…

 

I geologi raccontano che durante  l’era terziaria tutta la parte centrale di quello che oggi è il bacino amazzonico era un gigantesco mare circondato da terre, a nord da un’isola – la Guyana di oggi e a sud dalle catene montuose del Brasile. Nel tempo l’attività tettonica ha modificato drasticamente il mare interno – la terra si è alzata e ha iniziato a franare, le barriere naturali si elevarono spontaneamente e cominciarono a scorrere i fiumi. Uragani di proporzioni  immense (come quelli che si abbattono a tutt’oggi in Amazzonia, la più grande foresta pluviale del mondo), un’inondazione dietro l’altra  e venti fortissimi hanno scolpito ed eroso il paesaggio. Così nacque il Rio Grande el Mar Dulce, il … Rio delle Amazzoni.

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Effettivamente è grazie al duro lavoro di Madre Natura che Mbarayó ha visto la luce. Sedimenti di milioni di anni, portati giù dalle Ande da incredibili masse d’acqua che confluiscono nel Rio delle Amazzoni (specialmente quando la neve si scioglie) e si depositano in riva al fiume dove si congiunge con il mare, hanno formato l’enorme isola che possiamo ammirare oggi.
Nei millenni Mbarayó si è spostata lentamente verso est, in direzione dell’Atlantico, come risultato di un costante processo di erosione e depositi, un processo che ancora continua, anno dopo anno.
Quando si creò l’isola, il fiume fu costretto a percorrerla in parte per raggiungere il mare. Oggi esso scorre attraverso la verdeggiante zona a sud-ovest dell’isola, per mezzo di canali e torrenti che i locali chiamano furos e estreitos e il Canais de Breves (canale di Breves, una delle maggiori città della zona).

Marajó è, infatti, un vasto e  pittoresco labirinto acquatico, in continua evoluzione, che racchiude in sè un mondo intero. Ciò dipende in parte dalle sue origini e dalla sua morfologia e in parte dal Rio Tocantins, l’ultimo grande immissario sulla riva destra del Rio delle Amazzoni, che per millenni ha scavato il suolo creando sempre nuovi canais. Alcune aree sono state completamente tagliate fuori formando isolotti. e correnti e le maree  – i cui effetti si sono avvertiti anche a 1200 km. dall’acqua – hanno giocato un ruolo importante nella creazione di questo labirinto. ono state queste influenze che hanno creato l’Estreito de Breves, l’unico canale profondo a sufficienza per i vascelli che navigano negli oceani (che possono percorrere 3.000 km. lungo il fiume) e che giace a sud-ovest dell’isola e viene considerato il confine ufficiale tra l’isola e la terraferma. Qui il Tocantíns si congiunge con il braccio meridionale del Rio delle Amazzoni, che viene chiamato Rio Para in questo punto, le cui acque ora confluiscono nell’Atlantico. A nord la sorgente del Rio delle Amazzoni viene chiamata la Baia do Vieira Grande e i due suoi affluenti principali si chiamano Canal Perigoso e Canal do Sul (canale pericoloso  e del sud).

Gli innumerevoli canali che attraversano l’isola da parte a parte hanno nomi che richiamano le tribù indiane estintesi anni fa, come Anajàs, Araraquara, Atatá, Atuá, Camarà, Cajuúba, Camutím, Canaticù, Charapucú, Curuacá, Mapuá, Muaná, Paracuari, Pracuúba e Tamaquarí… solo per menzionarne alcuni.
Gli aborigeni avevano familiarizzato con l’unica area alla fonte di questo maestoso fiume, paragonabile con una città moderna dove le strade siano d’acqua e l’avevano chiamata Mbarayó.
Ma anche questa meraviglia della natura ha il suo lato negativo: l’uomo. Durante i cinque mesi estivi della stagione delle piogge, la maggior parte di Marajó è sotto l’acqua – il punto più alto dell’isola è solo 15 m. sopra al livello del mare. Gli indiani hanno aggirato l’ostacolo costruendosi le abitazioni su palafitte, tradizione rispettata anche nelle costruzioni moderne. L’unico mezzo per accedervi è la barca! Durante la stagione secca (tra Maggio e Novembre), comunque, la maggior parte dei canais e dei igarapés, si prosciugano completamente   e le canoe lasciano il posto ai cavalli e alle quattroruote.


Gli Aborigeni

 

Gli aborigeni più noti dell’isola sono gli Aruã, famosi per i loro vasellame elaborato di cui ancora esistono alcuni esemplari. Insieme agli Anajas, ai Guarajás, gli Jurunas, i Mapuás, i Mamaiaucás e ai Sacaràs formano una sola grande famiglia, gli Aruãk (o Aruãques). I portoghesi li chiamano nhengaibas (termine il cui esatto significato è sconosciuto), poiché ogni tribù parla il suo dialetto e non ne capisce altri! Ciascun gruppo aveva la sua cultura e proprie tradizioni.
Gli Aruãs presumibilmente furono portati dagli indiani Caraibici dalle isole Antille di Lucaias centinaia di anni fa e, al termine di un avventuroso viaggio attraverso il mare aperto, approdarono con le loro canoe a Marajó.
Qui hanno costruito la loro nuova casa e sviluppato l’arte della ceramica con grande capacità.
I significati dei disegni geometrici dipinti sul vasellame di terracotta non sono mai stati decifrati – è un segreto sepolto con la tribù. La maggior parte dei tesori degli Aruãs oggi si trova nei musei europei e americani, oppure nel Goeldi di Belém. Una grande quantità di ciotole, vasi, tazze, piatti e calici, e un incredibile numero di igaçabas (urne) sono state dissotterrate durante gli ultimi 150 anni, e non ci sono dubbi che molti altri luoghi di sepoltura stiano solo aspettando di essere scoperti a Marajó.
Si pensa che il vasellame e i decori fossero compito delle donne.  I motivi disegnati erano linee ben marcate, croci, triangoli ma anche pesci, uccelli, occhi, rane, serpenti, ragni, asce e archi. Ma non si ha idea del loro significato. Gli Aruãs si sono lasciati dietro la più grande quantità di scoperte archeologiche dell’intero bacino amazzonico. Nessuna delle circa 500 tribù conosciute tra quelle che hanno vissuto nella regione dell’Amazzonia, ha mai conseguito un risultato neanche lontanamente equiparabile; solo le culture precolombiane e gli indiani delle regioni montuose hanno prodotto qualcosa di simile. li igaçabas (urne cinerarie) splendidamente dipinti vengono trovati intatti sotto cumuli di terra nera, un fatto che indica una connessione con l’immenso gruppo di tribù sudamericane conosciute come “costruttori di cumuli di terra”. Molte di queste “montagnette” sono state trovate: solo lungo il fiume Rio Camutin sono state trovate oltre 40 cerâmios (nome attribuito a suo tempo dall’antropologo Domingos Soares Ferreira, fondatore del museo Goeldi  e rimasto uguale). La cerâmios più famosa e meglio preservata si trova sulla riva est del lago Arari, vicina al monte del Igarapé das Almas (= ruscello di anime). Il luogo è conosciuto come Ilha da Pacoval (isola di Pacoval), sebbene non ci siano isole – almeno durante la stagione secca. Tra la gente del posto ilha sta per “gruppo di palme” come quelle che effettivamente si trovano sul posto….

Gli Aruãs, come tutte le altre tribù di Marajó, sono scomparse definitivamente nel XVIII° secolo, e con loro la loro lingua e i segreti della loro cultura così avanzata, massacrati dai colonizzatori, vittime dei disastri dell’uomo bianco, o forse semplicemente scomparsi nella vastità delle foreste amazzoniche.
L’ultimo Aruã, un uomo anziano, era ancora vivo a Marajó nel 1877, ma conosceva solo alcune parole della sua lingua nativa e perfino queste sentivano l’influenza portoghese….
Ciò nonostante una parola Aruã è sopravvissuta ed è conosciuta in tutto il mondo: mata-mata, il nome di una strana tartaruga marina, Chelius fimbriatus. Questo vocabolo è stato adottato  prima dagli indiani Tupí, poi dai portoghesi, e conseguentemente dal mondo intero. Sfortunatamente anche questa rara specie è oggi minacciata di estinzione, e se ciò dovesse succedere, tutto quello che resterebbe degli Aruã sarebbero il nome e il loro vasellame….

 

I primi europei

 

Ufficialmente il navigatore spagnolo Vicente Yañez-Pinzòn  fu il primo a sbarcare a Marajó. Approdò a Porto Seguro, Bahia il 21 aprile 1500, dopo aver gettato l’ancora al largo dell’isola alla foce del fiume nel febbraio precedente, prima di arrivare nel nord-est del Brasile. Nel suo giornale di bordo annotò: “La boca de Rio Grande el Mar Dulce que sale quaranta leguas an el mar com la aqua dolce.” (la foce del Rio Grande, il mare d’acqua dolce che riversa le sue acque nel mare dopo un percorso di 40 leghe.) Ma il documento di Navarro “Viagens de Américo Vespùcio” indica che quest’ultimo (Américo) visitò una grande isola a sud dell’equatore nel 1499 e fu accolto con ospitalità dagli Aruãs. Ciò nonostante viene dato maggior credito a Pinzòn. L’isola fu chiamata inizialmente Ilha Grande de Joanes (=Yañez) prima che le venisse attribuito il precedente nome Aruã.
Quando i regni spagnolo e portoghese si separarono nel 1640 circa, gli Aruã erano ancora gli indiscussi dominatori di Marajó, e avevano anche iniziato un buon rapporto con gli olandesi, che avevano costruito una fortezza di fronte all’isola a Belém. I portoghesi lo considerarono un insulto al loro Re e alla Chiesa Cattolica e massacrarono gli olandesi, poi gli inglesi e i francesi. Successivamente il 23 dicembre 1655 proclamarono l’isola un loro dominio e fondarono la Capitania da Ilha Grande de Joanes. Antonio de Souza Macedo fu insignito Barone ma anche lui fallì nella colonizzazione di Marajó. Ecco cosa scrisse un anonimo autore: “Sin dall’inizio l’arcipelago fu teatro per lungo tempo di battaglie sanguinarie. Diverse nazioni si sforzarono di sopprimere i nativi. Tra queste le armate portoghesi (per non menzionare un esercito di 130 cannoni) furono spinte alla lotta dagli indiani.” Solo quando la gesuita Antonia Vieira si decise a fare una visita pastorale agli Aruã nel 1659 ci fu un lungo sospiro di sollievo dopo la pace raggiunta dai nativi. Fu comunque solo attraverso l’introduzione del Cristianesimo che i portoghesi furono alla fine in grado di stabilirsi a Mbarayó e cominciare la loro conquista della regione amazzonica.

I Campos

 

Circa 23.000 kmq. dell’isola sono costituiti da campos , pianure senza alberi, ideali come pascoli. Uno stipettaio portoghese, Francisco Rodriguez Pereira, fu svelto ad intravedere l’opportunità e seppe cogliere l’occasione. Fondò la prima fazenda sulla riva del Rio Arari nel 1680, muovendo il suo bestiame dalle isole di Capo Verde all’altro capo dell’Atlantico (vedi ag n. 5 edizione inglese). All’inizio del secolo successivo i sacerdoti cattolici cominciarono a costruire stalle, seguiti subito dopo dai Gesuiti e dai Carmelitani. Nel 1746 c’erano già 480.000 capi di bestiame a Campos – Marajó e il pascolo per le mandrie diventarono talmente importante che furono importati schiavi neri dall’Africa via Capo verde, appena gli indigeni della foresta si rifiutarono di lavorare nei campi.

Il 2 agosto 1758 il re del Portogallo Don Josè I esiliò i Gesuiti dallo Stato di Parà (dove si trova Marajó) e confiscò i loro 60.000 capi di bestiame insieme ad alcuni tra i migliori pascoli dell’isola, senza avere idea delle conseguenze. Il nuovo incaricato non sapeva niente di allevamento e tantomeno gli ufficiali e i “capoccioni” di Pará che rilevarono tutto successivamente, così le fazenda dei Gesuiti andarono in rovina. Ma i membri dell’Ordine della Misericordia, che possedevano la maggioranza delle fazendas, continuarono ad allevare bestiame con successo fino al 1795 quando Papa Pio VI emise un proclama che ordinava a tutti i membri dell’ordine di far ritorno in Portogallo. Tutte le fazendas e il bestiame diventarono così di proprietà dello Stato, una situazione che durò circa un centinaio d’anni.
Nel 1895 lo Stato svendette tutto il territorio a privati; fu fondata la Sociedade Pastoril de Marajó e sino ad allora l’allevamento di bestiame, bufali (importati dall’Africa e dall’India) e cavalli, continuò virtualmente invariato. La Sociedade esiste ancora oggi.

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La foresta e altre vegetazioni

 

Oggi, come nel passato, la parte sud orientale di Marajó è coperta di fitte foreste che terminano bruscamente dove iniziano i Campos ad est. Quasi 26.000 kmq. sono ammantati di foreste vergini. Attraversata da furos, igarapés, canais, e varzea (zone di inondazioni) questa parte dell’isola è tipica della regione amazzonica. L’Hevea brasilienis cresce spontaneamente qui (le piantagioni risalgono al 1840) ma la gomma non viene più raccolta (scarso profitto). La raccolta include olio di palma e (purtroppo ancora) i ricercatissimi legni duri come l’acapu, cedra, jaruba, angelin, bacuri, ipê, andiroba, maçaranduba, pau-marfim, itaúba e cumarú.
Come in molte parti dell’Amazzonia, l’abbondanza della flora toglie il fiato. Fornisce la gente del luogo di olio di semi, frutti selvatici come açaí, bacaba, burití, patauà e pupunha e, qualcosa che spesso viene dimenticato, ma che è presente in molte piante medicinali. Marajó è la casa di ipecacunha, copaiba, salsaparrilha, tinguì, assacu, canambi, timbò, mucuracaà, urucu e molte altre piante che ora formano la base dei medicinali usati in tutto il mondo.
Non dobbiamo dimenticare la pianta del palmito e il suo frutto, il cuore di palma, una delicatezza apprezzata in tutto il mondo. Sfortunatamente – come già era accaduto in precedenza nell’area intorno a Belém – queste palme sono state abbattute indiscriminatamente senza che venisse operato un rimboscamento.
Da altre parti intere foreste stanno sparendo e resta da vedere se questo accadrà anche a Marajó. Noi di ag speriamo sinceramente che l’uomo ci penserà due volte prima di provocare tanta distruzione…
Viaggiare in questa parte dell’isola è decisamente diverso dai campos. Qui è normale procedere a piedi, a cavallo, oppure su carri trainati da buoi (non ci sono virtualmente strade a Marajó, fatta eccezione per alcune città), ma qui piroghe, moto d’acqua e lance sono l’unica forma di trasporto. L’ultima di queste è ancora il principale mezzo di trasporto attraverso l’immensa regione amazzonica.

Rettili, anfibi, mammiferi e la caccia

 

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Ci sono poche informazioni pubblicate sugli animali dell’isola. La fauna è prevalentemente amazzonica e non sono conosciute specie endemiche. Come nel resto dell’Amazzonia, i coccodrilli si incontrano raramente, poiché sono stati braccati, qui come altrove, per la loro pelle. Ci sono due specie, lo spettacolare caimano (Caiman crocodilus crocodilus) e il caimano nero (Melanosuchus niger). Ci sono ancora iguane (Iguana iguana) ma per come vanno le cose, non per molto – le foto di queste pagine illustrano il problema che incontrano queste grandi lucertole. Vengono cacciate e macellate senza pietà. “Dobbiamo sopravvivere” è la scusa adottata. La loro pelle viene venduta alle industrie di pellame per scarpe, cinture e altri articoli in pelle (i bikini e le gonne sono di nuovo in voga oggi) mentre esemplari imbalsamati vanno nei negozi di souvenir. La carne finisce al mercato, e infine in conserve. È meno cara del manzo, dopotutto – e necessita di poco tempo (o di un proiettile)…
Le rane e i serpenti sono meno in pericolo, sebbene la maggior parte degli isolani – come quasi tutti i brasiliani – siano dell’opinione che l’unico animale buono sia quello morto! (La gente di città dice di pensarla diversamente ma non è poi quella che li uccide). La gigantesca anaconda (Eunectes murinus), il più grande serpente della Terra, si incontra comunemente in acqua e generalmente viene lasciata stare (in contrasto con le altre storie orrende). I mammiferi includono le volpi (Dusicyon thous), che sono comuni; gli onças e maracajàs (gatti selvatici) possono occasionalmente essere visti scivolare nella foresta come ogni sorta di macacos (scimmia) e amanduàs (formichiere). Purtroppo il lamantino amazzonico (Trichecus inunguis) non si trova più
e la gente locale l’ha incontrato solo occasionalmente negli ultimi decenni. Una sub-specie delle Antille (Trichechus manatus manatus), comunque, si può notare percorrere la zona della sorgente del fiume e lungo la riva orientale dell’isola. I delfini amazzonici (Inia geoffrensis), inoltre, sono comuni. Il capivara (Hydrochaeris hydrochaeris) il più grande roditore del mondo, viene cacciato senza tregua – per la sua carne poco cara – altri roditori più piccoli come cotias e pacas non provocano molto interesse ma ciò nonostante finiscono nel mucchio se si imbattono in un cacciatore…

 

I volatili

 

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Al contrario, Marajó è un Paradiso per i volatili, un prezioso nido di uccelli. Quando “l’inverno” volge al termine e l’estate (la stagione secca) inizia, i boschi e i pascoli si trasformano in un incomparabile massa di colori. Il cielo diventa rosso con il fantastico ibis scarlatto (Eudocimus uber), bianco con i grandi aironi bianchi (Casmerodius albus) e rosa con i “becco a spatola” (Ajaia ajaia). Centinaia di specie attraversano l’isola, in rotta verso i terreni adatti alla nidificazione. Centinaia di migliaia di uccelli dai colori dell’arcobaleno, trasformano il paesaggio in un dipinto che nessuna mano potrebbe creare. Le splendide foto (del francese Roger Lequen) di queste pagine consentono di dare una rapida occhiata a questo Paradiso per (sarebbe meglio dire “di”) uccelli e della “Fazenda do Ibis” nella parte più a est dell’isola. Niente può reggere il confronto con queste incredibili immagini, in nessuna parte del mondo – fatta eccezione naturalmente per l’originale, Marajó, la più grande isola fluviale al mondo.

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I pesci

 

Grazie alla ricchezza e all’unicità della terra e dell’acqua di Marajó, la fauna ittica è anche incredibilmente ricca, specialmente nei laghi, tra i quali il Lago Arari è il più grande e conosciuto. Giace quasi nel centro geografico dell’isola e misura più di 120 km. da nord a sud. Molti fiumi di varie dimensioni confluiscono nel lago – e ne fuoriescono – il più grande è il Rio Arari. Questo labirinto di corsi d’acqua fornisce il campos costantemente della necessaria umidità. Dopo il bestiame, il pesce è la principale risorsa dei caboclos. Ogni mattina essi portano il pescato della notte al più conosciuto mercato di pesce di tutta l’Amazzonia, il ver o peso a Belém. I pescadores dei villaggi di Genipapo e Santa Cruz sulla riva del Lago Arari sono l’attuale testimonianza di un antica tradizione. Pescano da settembre fino alla fine della stagione secca (dicembre/ gennaio), che non è solo l’inizio della stagione in cui si depongono le uova ma anche il periodo in cui il livello dell’acqua sale così velocemente, inondando boschi e campos, che pescare è impossibile. Gran parte di Marajó viene trasformata in una vasta zona allagata – è normale che il bestiame anneghi e che le case su palafitta vengano trascinate via dall’acqua. In questa stagione la pesca è chiusa in tutta la regione amazzonica e la natura è libera di giocare il suo supremo ruolo.

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La varietà di specie ittiche è enorme. I principali pesci da tavola includono pescada (un pesce d’acqua salata che qui si trova in acqua dolce), tucunaré (Cichla sp.) traira (Hoplias malabaricus), acarì (Oscar, Astronotus ocellatus), aruãná (Osteoglossum bicirrhosum), aracú, apaiarí, mandí (Pimelodus cf blochi), taínha, tambaquí (Colossoma brachypomum), bodó (Hypostomus sp.) e piranha (Serrasalmus sp.). La maggior parte dei nomi locali sono di origine indiana.
Gli Aruãs pescano solo con arco e frecce, utilizzando un tipo diverso di freccia quasi per ogni specie. Per il più grande pesce d’acqua dolce al mondo, il piracucù (Arapaima gigas), talvolta chiamato pesce “che spara alto” scolpiscono lance nel legno duro. I caboclos usano principalmente il tarrafa (lancio della rete), l’arpão (un tipo di fiocina da lanciare con la mano), rede (reti da traino) e speciali trappole a cesto. La più specifica tra queste è il cacuri. Queste grandi trappole, che vengono disposte a forma di cuore con parti diligentemente disegnate perché siano mobili, sono la felice invenzione dei pescatori di Marajó e funzionano sia con l’alta che con la bassa marea. I pescatori sono così orgogliosi del loro cacuri che gli hanno dedicato una canzone: “Casamento é como cacuri: Quem està fora “que entrà, Quem està dentro” qué sai…” (il matrimonio è come il cacuri: quelli che ne sono fuori vogliono entrarci, ma quelli che ci sono dentro ne vogliono uscire…)
Come il pesce da tavola, naturalmente, ci sono molte specie più piccole. Alcune vengono catturate durante la stagione secca per essere portate negli acquari di tutto il mondo. Uno dei più inusuali è l’Apteronotus albifrons, un pesce di velluto nero dalla forma di una lama di coltello (senza manico!), che ha l’abilità di nuotare all’indietro. Il suo unico segno di riconoscimento è una striscia bianca sul peduncolo caudale, che svanisce con l’età. Un mostro in miniatura che gli americani chiamano “fantasma nero”. Il metodo usato per cacciarli è estremamente interessante: naturalmente, come ci si aspetterebbe quando si ha a che fare con un fantasma, vengono cacciati di notte. Lampi potenti vengono utilizzati per stanarli dai buchi nei tronchi d’albero che giacciono nell’acqua e dagli incavi tra le pietre. Sono notturni – forse per un meccanismo di difesa visto che molti predatori sono inattivi di notte – e i pesci lama sono la loro preda favorita. Spingono le loro uova in piccole fessure durante la notte, al sicuro dai predatori diurni.
Il gimnodonte, il gruppo a cui appartiene il fantasma nero, ha un sesto senso. E’ in grado di produrre una scarica elettrica di basso voltaggio ma, in molte specie, di largo raggio. Nei Gymnarchus niloticus, una specie africana, la corrente è costante e poco prima di 15 anni fa questo fatto è stato reso utile dal Professor Florion dell’Acquario tropicale di Nancy per dare energia a un orologio elettronico, gli impulsi elettrici prodotti dal pesce sostituivano le vibrazioni del quarzo. Più di recente lo stesso ricercatore è stato coinvolto nello sviluppo di un rivelatore di contaminazioni biologiche che utilizza G. albifrons. Le emissioni  elettriche di un gruppo di questi pesci – alcuni di questi catturati dall’autore – sono sotto costante analisi, e la presenza di ogni tipo di tossina, perfino in deboli tracce, nell’acqua degli acquari, risulta come alterazione di segnale che fa partire l’allarme. Il sistema sta per essere commercializzato. Oggi a Nancy l’acqua del rubinetto deve essere approvata dal pesce amazzonico – domani il mondo?! C’era anche un computer guidato da scariche elettriche di un piccolo gruppo di fantasmi neri (catturati dall’autore). Questo esperimento di successo fu condotto con la collaborazione del Professor Condì e implicò la creazione di un modulo speciale  in grado di “incanalare” l’elettricità emessa così da ottimizzarne l’utilizzo. Una visione utopistica: i pesci che forniscono energia alla popolazione mondiale? Non solo una visione, a Nani è già realtà! A parte questo, l’Apteronotus albifrons di Marajó (ce ne sono di diverse forme e colori ovunque, ma la maggior parte vengono considerati della stessa specie) è provvisto di occhi, ma apparentemente non svolgono una funzione propria; non solo è in grado di produrre scariche elettriche usando cellule nervose modificate, ma ha anche un sistema sensoriale speciale nella pelle con cui può emettere impulsi elettrici all’esterno. Si trova così la strada nel buio completo. (Per ulteriori informazioni su questo soggetto estremamente interessante dei pesci elettrici, vedi anche ag  n.1 Pesci Elettrici edizione inglese).
Il muçum (Synbranchus marmoratus) è un altro pesce degno di menzione: un pesce simile all’anguilla che misura più di un metro di lunghezza e costruisce un unico nido di bolle negli acquitrini. La femmina depone le uova nel nido e fa loro la guardia. Poi c’è il pesce polmone che si seppellisce sotto il fango durante la stagione secca per mantenere la pelle umida e così sopravvivere. Qualche tetra fa lo stesso.

Ci sono molte altre specie interessanti sull’isola, ma non abbiamo abbastanza tempo e spazio. Questa isola fluviale è una meraviglia geografica di cui veramente poche persone hanno sentito parlare: motivazioni valide per proteggere e conservare questo stupefacente agglomerato di meraviglie della Natura e per assicurare che questo Paradiso duri per molte generazioni.

Testo: Heiko Bleher e ag.- Roger Leguen

 

 

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