A pesca di rarità. Parte prima.

11 luglio 2006
Testo e foto Lorenzo Vecchio 

Mi è stato chiesto dal mio amico Rosario di raccontare, come dice lui in due parole, alcune delle mie giornate di pesca in Brasile. Ho accettato, e ho scelto una battuta di pesca nello Stato federale di Bahia, a sud rispetto alla più nota Amazzonia. Si tratta di una regione ancora inesplorata che è sicuramente popolata da numerose specie ittiche, varietà ancora sconosciute all’acquariologia. Ed è sempre il Brasile.

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Partiamo dai preparativi: in questo non sono stato molto d’aiuto, si sono occupati di tutto i miei due amici Claudio Antonelli, che ho conosciuto in Brasile quando scoprì una nuova specie di corydoras, ed Edinorio, pescatore e nostro socio, senza il quale sicuramente non potrei raccontare alcune avventure. La sera precedente la partenza Edinorio ha controllato tutta la sua attrezzatura (molto spartana), consistente in alcune reti recuperate da una zanzariera, più morbida rispetto alle nostre, e molto usata. Importantissimo il colore: verde è ottimo, anche blu va bene, ma mai usare il bianco – così mi fu detto a suo tempo, e lo presi subito come oro colato. I retini per la pesca consistevano in cerchi di ferro del diametro di circa 50 centimetri e reti, recuperate anche queste non si sa dove, cucite sul fondo in maniera evidente; sacchettoni di plastica trasparente da 100 litri, box di polistirolo, secchi, secchielli, elastici, una maschera con boccaglio, carte da gioco, permessi e licenza di pesca e, non ultimo, il nostro fuoristrada, senza il quale non ci saremmo potuti addentrare per le 1000 strade della foresta.

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Siamo partiti verso le 5 del mattino per raggiungere il ferry boat che ci ha portato a Itapalica, un’isola splendida con spiagge meravigliose e un mare fantastico, peccato che qui si sono fermate solo le nostre mogli, in una villa di proprietà del mio amico, mentre per noi è cominciata l’avventura. Abbiamo attraversato l’isola e, dopo un lungo ponte, siamo saliti sulla terraferma. Mi sono reso subito conto di essere immerso nelle famose façendas: verde, verde, verde, e vacche, vacche, vacche! Dopo circa quattro ore di questo paesaggio lungo strade sterrate, abbiamo raggiunto finalmente il primo sito di pesca. Mi hanno detto “guarda che qui non ci sono i discus”. Non nego che il pensierino di tornare all’isola a questo punto mi ha solleticato, forse la temperatura 33/35°c,  forse la (non lo nego) paura di rimanere da solo nella foresta: sono sceso dal fuoristrada, e mi sono trovato immerso in un paesaggio incontaminato, tanto da chiedermi dove avrei potuto spegnere il mio mozzicone di sigaretta. Uccelli di ogni tipo e colore volteggiavano vicino a noi senza paura, centinaia di farfalle di tutte le dimensioni mi circondavano, i temibili mosquito, e molto più sopra nel cielo infinito i marabù – una sorta di avvoltoio tipico di quelle zone – che controllavano la situazione. Edinorio non stava più nella pelle, essendo per tre quarti di sangue indio, quello era il suo ambiente: presa la maschera, un secchiello e un retino è sparito subito nel buio della foresta dentro il fiumiciattolo. Io sono rimasto fermo ad aspettare, ancora scettico sul fatto che in quel posto ci potessero essere dei pesci come dei corydoras, tetra ancora da classificare, geophagus, e altro. Claudio mi diceva di stare molto attento e di seguirlo passo dopo passo, visto che nella foresta eravamo noi la preda, non i predatori. La prima conferma l’ho avuta prima di entrare in acqua: Claudio, ormai esperto, con il machete ha tagliato delle erbe tipo papiri. Io gli ho chiesto il perché e lui, con molta semplicità, ha preso un sacchettino e lo ha agitato con forza sopra le erbe: queste lo hanno affettato in un istante. Non ho fatto più domande e l’ho seguito in acqua non con pochi pensieri.

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Claudio mi ha detto di non superarlo mai, e se avessi avuto la necessità di andare fuori dal rio, di rifare esattamente la stessa strada e uscire nel punto esatto da dove ero entrato. La pesca è cominciata da li a poco, i piedi nell’acqua fresca stavano davvero bene, tanto che mi ci sono immerso completamente. A dire il vero sono caduto, ma andava benissimo. La temperatura dell’acqua in quei posti oscilla tra i 24 e i 27°c, dipende dalle giornate e dalla portata del Riera magnifica.
Il mio abbigliamento non era certo all’ultimo grido: un cappello tipo Indiana Jones, regalatomi da un dirigente della Petrolbras nostro amico, magliettina bianca, costume, ciabatte da tenere sempre, anche a pesca, un buon antiparassitario che non guasta mai.

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La pesca al corydoras è molto particolare in quanto i pesci non si individuano subito; premetto che il fondo è di un colore molto chiaro, quasi bianco, e i corydoras, ancora senza nome in quanto sono in fase di classificazione, color oro, ma talmente tanto che il nome “bahino” (dato nella zona) è pepitas. Solo stando fermi e guardando sul fondo vicino ai tuoi piedi, dopo poco vedi del luccichio: quello è il nostro pane. Pescarlo non è affatto facile, bisogna stare fermi con i due retini aperti fermi sul fondo e quando arriva il pesce chiuderli piano piano tanto da spingerlo dentro. Io ero in difficoltà doto che la corrente trascinava i retoni piuttosto pesanti verso valle, e solo a forza riuscivo a chiuderli. Non nego una certa stanchezza fisica, e scarsi risultati. È stato allora che Claudio, visti i miei insuccessi, mi ha dato con una certa delicatezza un retino verde (per noi comunissimo) di circa 12 cm con manico di circa 40 cm, e io me lo sono legato al polso. Mi ha detto: “con questo li pesca pure mia moglie Sheila, attenzione a non perderlo perché è l’unico che possiede Edinorio e qui sono introvabili”. E pensare che nella mia serra ne ho circa 500 di tutte le misure. Effettivamente con quel retino magico, che uso da circa 20 anni nei miei acquari tutti i santi giorni, la pesca è migliorata subito parecchio, tanto che riempito il mio secchiello ho chiamato Claudio il quale è rimasto molto soddisfatto, ma mi ha fatto rimettere in acqua più del 50% del pescato in quanto ci sono delle regole da rispettare: misura minima 7 cm e non più del 20% delle femmine adulte. Delle regole giuste per non compromettere il futuro della nuova varietà.
Eravamo in acqua da circa 2 ore quando è arrivato Edinorio concitato e si è messo a parlare ad alta voce (cosa strana in quanto lui è molto tranquillo, carattere tipico degli indios). Io non capivo benissimo il portoghese, ma mi era sembrato di sentire “onza”, quindi ho detto a Claudio (che nel frattempo stava già uscendo dall’ acqua) “stà a vedere che per una lontra non si pesca più”. Claudio mi ha risposto “Edi ha visto delle impronte poco lontano da qui di onza pintada” “Va bene” dico io sapendo il significato di pintado, “sarà pure a macchie, ma sempre lontra è”. Claudio ridendo – e non fermandosi mai – dice “è qui che ti sbagli, onza vuol dire giaguaro!”. In pochi istanti eravamo sul fuoristrada, pronti per raggiungere un sito più sicuro, vicino a un villaggio di loro conoscenza. Durante il trasferimento ho chiesto maggiori informazioni su quegli strani corydoras appena pescati; Claudio mi ha risposto di averli scoperti per caso durante una gita con sua moglie, nel 2003. La prima volta senza retini era riuscito a catturarne veramente pochissimi. In Brasile esiste un organo ufficiale, l’IBAMA, che si occupa della salvaguardia di tutto il patrimonio ambientale della nazione, ecco perché è stato necessario trovare una persona del posto con licenza di pesca.

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La classificazione di questo splendido pesce è ancora in fase di definizione, ma da fonti autorevoli – Roberto Lacerda – la denominazione dovrebbe essere “scleromitax sp. Antonellidae”. Questo pulitore raggiunge al massimo i 9 cm, il dimorfismo sessuale è evidente solo nei soggetti adulti, la sua colorazione nel suo ambiente naturale è color oro molto intenso nella zona dorsale (quasi un pezzo d’oro puro), per poi sbiadirsi leggermente lungo i fianchi. Attualmente, la pesca in quelle zone è consentita solo a noi, e non si possono pescare più di 150/250 esemplari adulti al mese. Il maschio  si differenzia dalla femmina per la forma del corpo molto allungata, le pinne laterali molto più lunghe rispetto a quelle delle femmina e il ventre snello. La commercializzazione viene affidata a degli esportatori. In genere questo pesce come tutti quelli pescati dalla EL CERQUEIRA viene esportato in Giappone, anche se ho visto delle foto su dei listini europei.

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Spero vivamente che dopo quattro anni di richieste l‘IBAMA ci conceda l’autorizzazione ad esportare personalmente il pescato.

Grazie da parte dello staff Mondo Discus a Lorenzo Vecchio per il bellissimo reportage.


Lo shock che salva… quello osmotico A pesca di Geophagus. Parte seconda.
Lo shock che salva… quello osmotico
A pesca di Geophagus. Parte seconda.
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